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Pompei (Campania), Italia

Fullonica di Stephanus

 

Un’attività importantissima a Pompei era quella dei fullones, i lavandai. In città c’erano ben 13 officine che lavoravano la lana grezza, in 7 si provvedeva alla filatura e tessitura, in 9 alla tintura, in 18 al lavaggio. Le fullonicae servivano sia per la finitura dei tessuti che venivano sgrassati per eliminare lo sporco formatosi durante i lavori di filatura e di tessitura, sia per la semplice lavatura e smacchiatura di vestiti, inoltre i Romani avevano una cura particolare per le tuniche bianche.

La fullonica di Stephanus (poco chiaro se sia il nome del proprietario o del gestore; è nominato in una scritta elettorale sulla facciata) fu ricavata ristrutturando una casa già esistente: il piano terra fu destinato all’attività lavorativa, mentre quello superiore all’abitazione e all’asciugatura dei panni. L’ingresso è larghissimo, per consentire il passaggio dei clienti che per la consegna dei vestiti dovevano attraversare un primo ambiente a sinistra dell’ingresso, dove si trovava la pressa. Una scala porta alla terrazza sull’atrio. È l’unico esempio di atrio a tetto piano conservato a Pompei. Qui l’asciugatura e il candeggio avvenivano grazie al sole all’aria e al vento.

L’impluvium (per la raccolta delle acque, nel cortile centrale), invece, era stato trasformato in una vasca con dei parapetti, forse per lavare i panni più delicati. Le vasche in fondo all’edificio servivano al lavaggio e al pestaggio dei panni, per questo erano provviste di passaggi sopraelevati con dei gradini per l’accesso degli operai. Nei pestatoi il tessuto veniva pigiato con i piedi in acqua e soda (il sapone non esisteva) o altre sostanze alcaline, come l’urina umana o animale: quella dei cammelli, molto pregiata, veniva importata. Dall’età di Vespasiano in poi, l’urina umana, tassata se a fini industriali, come pure l’uso dell’acqua per i fullones, si raccoglieva in orinatoi che, per ricordare l’imperatore che li aveva imposti, vennero chiamati “vespasiani”, oppure in anfore appositamente dimezzate per raccoglierla. Quando Tito protestò col padre Vespasiano per aver tassato i tintori sull'urina raccolta nelle latrine, l’imperatore, a proposito rispose: "Pecunia non olet" (Il denaro non puzza). Ma già da tempo i passanti venivano invitati a urinare in anfore appositamente disposte nelle traverse o vicino all’ingresso della fullonica.

Induriti dall’urina i tessuti venivano trattati con la creta (la migliore si importava da una delle isole del Mar Egeo) o con terra proveniente dall’Umbria, poi venivano battuti per condensare e infeltrire la trama, rilavati per restringere il tessuto, infine cardati con pettini fatti con spine di istrici. I tessuti bianchi e quelli tinti due volte, venivano sottoposti a “zolfatura” per renderli più lucenti, poi venivano rassodati ancora con la creta, la terra o la pietra pomice se erano bianchi, infine spazzolati, tosati e stirati sotto la pressa.

Al momento dell’eruzione la porta d’ingresso della fullonica, fatta di tavole verticali, era chiusa dall’esterno con un grande catenaccio, solo il battente che girava sul cardine fu trovato aperto. Nell’ufficio sul retro fu ritrovato uno scheletro che aveva accanto monete d’oro, d’argento e di bronzo del valore complessivo di 1089,5 sesterzi: l’equivalente di poco più di 10.000 euro!