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- Isola Tiberina -

L'Isola Tiberina è un luogo da sempre misterioso, avvolto dalla leggenda, circondato dal fiume e legato indissolubilmente alle origini di Roma. L'isola viene annunciata dal "Ponte Rotto", il "Pons Aemilius", il primo ponte in pietra di Roma, restaurato più volte, a causa della turbolenza del Tevere che in quel punto che ha avuto la meglio lasciandone sopravvivere solo pochi resti.

Questo singolare pezzo di terra in mezzo al Tevere veniva chiamato dai Romani "Intra duos Pontes"; l'isola infatti era collegata alla terraferma da due ponti che in origine erano di legno: uno è il ponte Cestio, costruito nel 46 a.C. da Lucio Cestio e restaurato numerose volte nel corso dei secoli per le piene del fiume, tanto che quello che era un ponte ad una sola arcata, arrivò ad averne tre; fu chiamato anche Ponte San Bartolomeo e "ponte ferrato".

Il secondo ponte, Fabricio, preceduto dalla Torre Caetani, appartenuta alla famiglia che nel Medioevo aveva trasformato l'isola in un fortino, fu chiamato anche "Ponte dei Giudei", per la sua vicinanza al Ghetto ed è legato ad una terribile leggenda: le doppie Erme del ponte sarebbero le teste di quattro architetti incaricati da Sisto V dei restauri sull'isola che, evidentemente in disaccordo col Papa, a fine lavori furono decapitati! In realtà le teste di marmo sono otto e l'aneddoto probabilmente è dovuto alla fama di "tagliateste" che aveva contraddistinto il pontefice per la sua politica di dura repressione della criminalità.

Le origini dell'Isola Tiberina vanno ricercate nelle numerose leggende che la circondano: potrebbe essere sorta su un'antica nave, della quale mantiene ancora la forma, ulteriormente accentuata dai Romani che, per alimentare la leggenda, vi costruirono una prua ed una poppa in pietra, dandole la forma di un'imbarcazione da guerra, con l'obelisco al centro dell'isola come fosse l'albero maestro!

Eppure, sin dalla preistoria, l'isola non era affatto in balìa della corrente, era ben ancorata al fondo del fiume e costituiva il punto più facile per guadarlo verso le vie del commercio a Nord e a Sud; non fu un caso che proprio di fronte all'isola sia nato il primo e più antico porto di Roma: quello in cui sbarcò Enea.

Secondo un'altra leggenda, l'isola sarebbe sorta dal fango accumulatosi sulle messi di Tarquinio il Superbo, gettate in mare dal popolo con un senso di liberazione e di protesta, dopo aver cacciato l'odiato tiranno etrusco da Roma.

Lo storico Livio racconta che nel 229 a.C. i Romani si erano spinti fino in Grecia, ad Epidauro, dove sorgeva il più grande santuario di Esculapio, dio della medicina, per chiedere all'oracolo come porre fine ad una pestilenza che si era scagliata sulla città. I sacerdoti del dio avevano consegnato agli ambasciatori romani un serpente sacro che, mentre la nave giungeva nel porto Tiberino, si era tuffato in acqua ed aveva strisciato fino all'isola, nascondendosi nella fitta vegetazione.

Così l'Isola Tiberina venne consacrata al dio della medicina e da allora assunse la fama, alimentata anche dalla presenza di una fonte d'acqua salutare, che la contraddistingue ancora oggi: quella di luogo di guarigione e di ospedali; durante la peste del 1656 l'intera isola fu trasformata in lazzaretto.

I Romani vi edificarono altri due templi: uno dedicato a Faunus, che proteggeva le partorienti e l'altro a Veiove, che garantiva i giuramenti.

Il Tempio di Esculapio, con la fossa piena di serpenti sacri al dio, che i sacerdoti avevano il compito di nutrire, sorgeva dove oggi sorge la chiesa di San Bartolomeo, dalla facciata barocca, edificata però intorno all'anno Mille da Ottone III, che la dedicò a S. Adalberto.

Accanto al tempio si trovava un portico dove si praticava l'"incubatio", una pratica terapeutica che consisteva nel tenere i malati al freddo e senza cibo per alcuni giorni, perché si purificassero e poi raccontassero i sogni avuti ai sacerdoti, che diagnosticavano il male: rudimentale e forse efficace tecnica antenata della psicoanalisi!

In linea con la vocazione dell'Isola Tiberina, nel Medioevo vi fu costruito uno xenodochio, per ospitare pellegrini, poveri e malati e più tardi diventò l'ospedale tuttora in funzione: il suo nome, "Fatebenefratelli", deriverebbe dalla cantilenante esortazione che i frati-medici dell'ordine di San Giovanni di Dio, che curavano i malati nell'ospedale, ripetevano girando per le strade, e forse non era priva di effetto, dato che i "Fatebenefratelli" migliorarono notevolmente le condizioni precarie e malsane in cui avevano trovato l'ospedale.

Furono sempre loro che nel 1584 si adoperarono anche per i restauri dell'altra chiesa dell'isola, quella di San Giovanni Calibita, un eremita del V secolo che viveva in una capanna (Kalybe, in greco). Sulla facciata della chiesa si trova la copia di un affresco che raffigura la Madonna della Lampada, protagonista di vari eventi miracolosi, fra cui quello in cui la lampada, sommersa da una piena del Tevere, non si spense! Fu la stessa Madonna che più tardi, in vista dell'invasione Napoleonica, pianse!

La vita in mezzo al Tevere, non è sempre stata facile, soprattutto per via delle piene così frequenti. Ma nel 1870, con l'Unità d'Italia l'isola rischiò addirittura di scomparire a causa della stravagante idea di spianarla fino al letto del fiume, proposito che, fortunatamente, non andò mai in porto!