Fontana di Trevi

In nessun altro luogo al mondo, come nella fontana di Trevi, si celebra il meraviglioso e mutevole mondo dell’acqua.

Questa straordinaria opera d’arte è molto più di una scultura: è il trionfo dell’estetica barocca che si incarna nelle forme naturali e nel bestiario fantastico e vede nel movimento l’anima del mondo.

La fontana di Trevi ci appare come una meraviglia, un gioiello d’acqua e pietra. La sua presenza, in realtà, si avverte già percorrendo i vicoli vicini: è l’acqua che, con un fragore intenso e crescente, esplode poi all’improvviso nella piazza, dove si presenta in uno spettacolo mozzafiato.

Improvvisamente lo spazio quasi si dilata, di fronte alla rappresentazione di questo fenomeno della natura, una sorgente impetuosa che sembra sgorgare direttamente dal terreno.

La luce che accende i marmi e scava ombre, il vento che sembra muovere le capigliature o increspare le onde, mettono in scena uno spettacolo di straordinaria intensità. Nell’artificio barocco, persino l’architettura sembra essere generata da questo fluido vitale: ed è così che il palazzo che fa da sfondo al complesso si fonde perfettamente alla composizione, articolandosi in un’alternanza di vuoti e di pieni che movimentano l’intera scena.

Fu Marco Vipsanio Agrippa, il grande ammiraglio che aveva creato la potente flotta romana, ma anche valente ingegnere idraulico al servizio dell’imperatore Augusto, a portare a Roma l’acqua Vergine nel 19 a.C. L’acquedotto, costruito con l’intento di creare delle terme gratuite per la cittadinanza consacrate al dio Nettuno, scorre tuttora interamente sottoterra e la fontana di Trevi ne costituisce proprio la “mostra”, cioè la fontana monumentale che ne segnava la fine.

L’acqua che vi sgorga proviene dalle sorgenti di Salone ed il suo nome, “Vergine” deriverebbe dalla leggenda secondo cui i soldati di Agrippa, assetati, furono guidati alla sorgente da una fanciulla, una vergine appunto, o forse la dea Diana, sorella di Apollo, che amava bagnarsi nelle fonti in compagnia delle sue ninfe di ritorno dalle fatiche della caccia.

Più semplicemente, il nome della fonte potrebbe derivare dall’acqua particolarmente leggera e priva di calcare che i genieri di Agrippa riconobbero come adatta alle terme. La fontana di Agrippa era costituita da un enorme muraglione, al quale si appoggiavano tre vasche di raccolta e mantenne la stessa forma fino al 1453, quando papa Niccolò V affidò a Leon Battista Alberti il restauro della fontana, dopo averla riallacciata alle sorgenti. Le tre vasche furono sostituite allora da un unico enorme vascone.

Fu solo con il papa Urbano VIII Barberini che si pensò ad una ristrutturazione della fontana. Il papa volle una fontana altamente scenografica e grandiosa, così da essere visibile dalla sua residenza al Quirinale.

Diede quindi l’incarico allo scultore Gian Lorenzo Bernini, il quale presentò numerosi progetti, tutti costosissimi. Il papa fu costretto così ad aumentare le tasse sul vino causando lo scontento dei romani che affidarono la protesta a “Pasquino”, la famosa statua parlante di Roma. (Si tratta dei resti di una statua ellenistica rinvenuta nei pressi di piazza Navona che divenne, a partire dal XVI secolo, una figura caratteristica di protesta contro i personaggi pubblici più importanti, papi compresi. Deve il nome ad un personaggio del rione noto per le sue battute satiriche e i romani decisero di affidargli versi di protesta su dei foglietti che nottetempo venivano appesi al collo della statua, le “Pasquinate”, appunto). In quell’occasione la protesta in versi prese corpo e la statua esclamò:

«Per ricrear con l’acqua ogni romano / di tasse aggravò il vino papa Urbano».

Ma il solo aumento delle tasse non fu sufficiente, le spese da sostenere erano ingentissime e i materiali scarseggiavano, così il papa pensò bene di concedere allo scultore un permesso scritto per demolire la “Tomba di Cecilia Metella” quella che definiva «...un monumento antico, di forma rotonda e di bellissimo marmo».

Depredare i monumenti dell’antichità era costume diffuso al fine di ottenere materiali pregiati a buon mercato, ma questo era davvero troppo: i romani insorsero e sia il papa che Bernini dovettero accontentarsi del pur non esiguo quantitativo di marmo che erano comunque riusciti a sottrarre nel frattempo.

Il loro progetto però non ebbe compimento e la loro morte sopraggiunse prima che la fontana fosse ultimata.

Tre secoli dopo, papa Clemente XII, riprese l’idea di una fontana monumentale e indisse una gara fra i migliori artisti dell’epoca. A vincere furono i bozzetti di Nicola Salvi che si ispiravano chiaramente al Bernini. I nuovi lavori iniziarono, sotto la direzione di Salvi, che però morì anch’egli prima che l’opera fosse ultimata. A lui subentrò Giuseppe Pannini che la terminò finalmente nel 1762.

Questa incredibile opera è un gigantesco omaggio al dio del mare a ricordo dell’acquedotto costruito in suo onore. Personaggi mitologici conferiscono movimento e dinamismo alla composizione.

I due cavalli marini simboleggiano gli stati del mare, uno è calmo, l’altro è agitato. I cavalli sono guidati da due tritoni, semidei metà uomini e metà pesci, uno dei quali soffia a pieni polmoni dentro un corno di conchiglia il cui suono era in grado di calmare le tempeste e preannunciava l'arrivo del dio del mare.

Al centro dentro un arco circondato da colonne domina la scena il dio Oceano che si erge e scruta maestoso la grande vasca a forma di conchiglia rappresentante i suoi domini sommersi.

Ai lati del dio le statue incastonate dentro due nicchie rappresentano la personificazione dell’abbondanza e della salubrità dell’acqua.

Le origini dell’acquedotto vengono ricordate dai due fregi in alto: a sinistra Agrippa che approva il progetto e a destra la vergine che indica ai soldati la sorgente. In alto, completano la scena, lo stemma in marmo di Clemente XII e le statue rappresentanti le quattro stagioni.

Naturalmente non mancano curiosità e leggende legate alla fontana. Al centro della vasca troviamo un cappello vescovile in travertino che sembra gettato lì con noncuranza: probabilmente una polemica contro il papato.

Un altro elemento che attira l’attenzione dello spettatore: è il grosso vaso sulla destra della fontana. I romani lo hanno soprannominato “asso di coppe”. Pare sia stato collocato li dallo stesso Salvi durante i lavori di costruzione, stanco delle continue critiche di un barbiere che aveva la bottega proprio su quel lato della piazza.

L’enorme vaso impedì completamente la vista del cantiere in modo che il petulante barbiere, non avesse più modo di osservare e commentare i lavori in corso.

La leggenda popolare più famosa collegata alla fontana assicura che porti fortuna lanciarvi una monetina di spalle ed in questo modo ci si assicurerà anche il ritorno nella città eterna.

Sulla destra invece troviamo la “fontanella dell’amore”; ricorda agli innamorati che se un fidanzato deve partire, allora deve necessariamente berne l’acqua e rompere il bicchiere per restare legato sia a Roma che alla promessa sposa.

La fontana è talmente nota nel mondo che non mancarono i tentativi di emulazione: nel 1919 un americano tentò invano, stanziando 14 milioni di dollari, di ricostruire la fontana nel suo giardino, ma il progetto fallì per la mole dell’opera.

Anche il cinema le ha dedicato più volte omaggio, una delle scene più famose e irripetibili e senz’altro quella de “La dolce vita” di Federico Fellini, in cui una sensuale Anita Ekberg incedeva nell’acqua invitando un incredulo Marcello Mastroianni a seguirla. In molti la ricordano così: un concentrato di bellezza e di vita in movimento, intorno al quale l’acqua è protagonista, scenario e musica.