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Cappella Sistina

 

La Cappella Sistina, è senza dubbio uno dei uno dei più grandi tesori d'arte di tutti i tempi, uno dei capolavori più celebrati al mondo. È l'ultima sala del tour nei Musei Vaticani ed è il tesoro più ambìto dai milioni di turisti che ogni anno giungono da tutto il mondo per ammirarla.

L'artefice di tanta fama e bellezza è il genio indiscusso di Michelangelo e la cosa più straordinaria è che riuscì a compiere quell'immenso miracolo artistico completamente da solo!

Normalmente nella realizzazione di grandi opere gli artisti dell'epoca lavoravano infatti con la collaborazione dei loro aiutanti. Il maestro realizzava personalmente solo alcune parti dell'opera mentre erano gli apprendisti a completarla dei dettagli minori. Per la Cappella Sistina tutto questo non accadde: incredibilmente tanta bellezza è opera di un solo essere umano.

La Sistina prende il nome da Papa Sisto IV della Rovere, che volle crearla. Sembra difficile da credere eppure quello che sarebbe diventato uno dei luoghi di culto più famosi al mondo, ha delle origini del tutto anonime. Infatti nacque quasi per caso come una semplice cappella di palazzo.

Ai Palazzi Vaticani serviva un nuovo edificio di culto, per le celebrazioni solenni e per ospitare il conclave, cioè la riunione dei cardinali che eleggono il papa. Così, intorno al 1473 il pontefice incaricò l'architetto Giovannino De' Dolci di costruire la Sistina, proprio dove un tempo sorgeva la Cappella Magna.

L'architetto creò un edificio grandioso, che aveva le stesse dimensioni del Tempio di Salomone, così come le descrive la Bibbia: lungo oltre quaranta metri e alto quanto un palazzo di sette piani!

Papa Sisto IV volle che le pareti della Cappella fossero decorate con le storie di Gesù e di Mosè, personaggi guida per il popolo ebraico, paragonandosi a loro come guida della Chiesa.

Per l'occasione, chiamò gli artisti più famosi dell'epoca: Botticelli, Rosselli, il Ghirlandaio e il Perugino perché creassero un racconto della Bibbia per immagini, che tutti potessero leggere. In più fece realizzare un pavimento preziosissimo che imitava quelli medievali, con mosaici multicolori che formano figure geometriche e cerchi concentrici. Lo stesso che calpestiamo ancora oggi.

I primi anni di vita della Sistina furono poco felici; ma proprio le vicende più sfortunate diedero vita a un capolavoro. Ai primi del 1500, intorno all'edificio erano sorti numerosi cantieri, soprattutto quello della nuova Basilica di San Pietro che era proprio lì accanto. Gli scavi per le fondamenta causarono gravi problemi statici alla cappella, finché non si aprì un'enorme crepa nella volta. Fu chiamato allora in tutta fretta Bramante, l'architetto di Palazzo, che risolse l'inconveniente fissando il solaio con delle catene metalliche.

Gli affreschi però avevano subito danni irreparabili così il nuovo papa, Giulio II, pensò a Michelangelo per riaffrescare la volta.

Michelangelo viveva da solo e conduceva una vita povera nonostante le ricchezze che aveva accumulato. Era superbo con gli altri, sempre scontento di sé, ossessionato dall'ansia della morte e della salvezza.

Veniva descritto come un "genio, ispirato, quasi estraneo e ostile al mondo". E anche il papa, nonostante la sua ammirazione, sosteneva che con Michelangelo non si potesse proprio parlare. Anche Giulio II non aveva un'indole proprio pacifica, tanto che si racconta che una volta, esasperato dall'artista, lo avesse preso addirittura a bastonate!

Ma cosa spinse il pontefice a scegliere proprio lui?

Secondo indiscrezioni dell’epoca fu Bramante a suggerire al papa di affidargli l’opera; a quel tempo non era affatto un segreto la rivalità tra Michelangelo e Bramante, che oltretutto era amico e parente di Raffaello, altro acerrimo nemico dell’artista.

L’innocente proposta al papa era in realtà un modo per mettere in difficoltà l’odiato scultore che non aveva mai eseguito un affresco fino ad allora e non aveva familiarità con quella tecnica.

Con queste premesse non era affatto scontato che lo scultore accettasse la commissione. In più a quel tempo tutte le energie di Michelangelo erano concentrate su un progetto grandioso: la tomba monumentale di Giulio II. Questa doveva diventare un maestoso mausoleo cristiano, che facesse concorrenza a quelli degli imperatori romani. Avrebbe occupato gran parte della nuova Basilica di San Pietro e Michelangelo voleva dedicarle tutto il resto della sua vita.

Ma nonostante il papa avesse accolto il progetto con grande entusiasmo, il monumento non fu mai concluso. Michelangelo attribuì il fallimento del progetto proprio all’invidia di Bramante e di Raffaello.

Così, quando il papa gli propose di affrescare la Sistina, si sentì umiliato e sentì che il suo genio veniva sottovalutato. Michelangelo infatti si considerava più uno scultore che un pittore, riteneva la pittura un’arte inferiore. In più gli chiedevano di dipingere su quella volta, che allora era decorata da un cielo blu con stelline dorate, che lui disprezzava a tal punto da paragonarla al “tetto di un granaio”.

Dopo lunghe polemiche, il papa, riuscì nel suo intento con un sottile gioco psicologico: sfidò Michelangelo a trasformare quel “granaio” nel Gioiello del Vaticano; l’artista accettò suo malgrado la sfida ma considerò questa commissione come un tentativo di allontanarlo dalla tomba di Giulio II e dalla scultura; così, per protesta, in quel periodo firmò le sue lettere come “Michelagnolo schultore”.

L’8 maggio del 1508 l’artista sottoscrisse finalmente il contratto che prevedeva la decorazione della volta con delle figure gigantesche dei dodici apostoli e un’architettura dipinta. Michelangelo però considerava il progetto troppo povero per uno spazio così ampio. Ne parlò col papa che gli diede carta bianca concedendogli di dar sfogo al suo genio.

Così fu libero di ideare l’intera decorazione e la rese molto più complessa perché fosse all’altezza degli affreschi che già esistevano sulle pareti inferiori. Dato che sulle pareti laterali c’erano già le storie di Mosè e di Gesù, per evitare ripetizioni, fu costretto a dipingere gli episodi biblici che andavano dalla Creazione a Noè.

Sin dal principio l’artista dovette fare i conti con numerosi problemi, prima di tutto la tecnica dell’affresco. All’inizio fu costretto a chiamare dei collaboratori, poiché aveva bisogno di qualcuno che gli spiegasse il procedimento, che era alquanto complesso: si lavorava sull’intonaco ancora “fresco”, da qui deriva il nome. Se ne stendeva ogni giorno una certa quantità e bisognava dipingerci sopra abbastanza velocemente, prima che la malta si asciugasse. Per tracciare il disegno Michelangelo utilizzò la tecnica del “cartone preparatorio”.

Si disegnavano le immagini a grandezza naturale su un cartone, poi si foravano i contorni delle figure. Quando il cartone veniva appoggiato sull’intonaco, si spolverava con della polvere finissima di carbone che, attraverso i fori, lasciava sulla superficie il profilo dell’immagine, pronta per essere colorata.

Una volta raggiunto il suo scopo Michelangelo licenziò tutti i collaboratori. A questo punto si rinchiuse nella Sistina e si mise a lavorare in completa solitudine, non permise più a nessuno di entrare a vedere come procedevano i lavori e cacciò via persino il papa lanciandogli addosso, dall’alto dell’impalcatura, alcune tavole di legno che lo fecero scappar via a gambe levate!

Un altro ostacolo era costituito dal ponteggio: questo doveva necessariamente lasciare al di sotto lo spazio per le celebrazioni. Michelangelo rifiutò quello sospeso progettato da Bramante, perché avrebbe bucato irrimediabilmente la volta e inventò dei gradoni, fissati alle cornici sotto le finestre, che permettevano di raggiungere con facilità ogni punto del soffitto. Fu un’idea talmente innovativa che quasi cinquecento anni dopo, per il restauro della Cappella Sistina, è stato ricreato lo stesso ponteggio, individuando gli antichi punti d’appoggio.

A lavoro iniziato si verificò un nuovo problema: Michelangelo scoprì con orrore che il primo strato d’intonaco, troppo bagnato, ammuffiva, così dovette rimuoverlo e risolse il problema inventando un nuovo tipo di miscela resistente alla muffa. Un’altra sua creazione che da allora continuò a essere utilizzata.

Il lavoro solitario e tormentato di Michelangelo durò quattro lunghissimi anni. Immaginate cosa doveva provare, costretto per ore a stare sull’impalcatura, illuminato solo dalla luce delle candele, in una posizione scomodissima, disteso, o in piedi con le braccia sempre alzate e gli occhi fissi al soffitto. Immaginate i crampi e la sofferenza per la vista, che rimase gravemente compromessa, senza contare il fastidio del colore che continuamente gli colava sul volto!

Da quell’impalcatura Michelangelo cadde per ben due volte: rompendosi anche una gamba ma continuò imperterrito a dipingere, a creare.

Le sue giornate scorrevano lente in compagnia di personaggi fatti di colore. La sua immensa passione per l’arte si trasformava in sofferenza fisica e morale. Egli stesso, nelle sue lettere al fratello, raccontava che non aveva tempo per mangiare e non aveva amici. Ma nonostante questo, non poteva vivere diversamente, tanto che in un suo sonetto diceva: “la mia allegrezza è la malinconia e il mio riposo sono questi disagi”.

Nell'ottobre 1512 l’opera che sarebbe stata ricordata per i secoli a venire come uno dei più grandi tesori dell’umanità era finalmente conclusa e il giorno di Ognissanti (il primo novembre) la Sistina venne inaugurata trionfalmente in una cerimonia pomposa, con una messa solenne celebrata da papa Giulio II in persona.

Michelangelo, in quegli anni di durissimo lavoro solitario, era riuscito a trasformare le pareti in capolavori parlanti. Mille metri quadri di affreschi raccontavano le meraviglie del Creato e la storia dell’uomo, dalla Creazione alla caduta.

Come aveva affermato Goethe: “Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un'idea di cosa un solo uomo sia in grado di ottenere”.