Piazza di Santa Maria Novella

Più volte allargata per ospitare i fedeli richiamati dalle predicazioni dei frati domenicani, qui presenti con un convento, Piazza Santa Maria Novella è una delle più grandi piazze del centro storico di Firenze.

Fin dal medioevo fu utilizzata per feste, giostre e altri spettacoli. Qui si svolgeva il Palio dei Cocchi, come ricordano i due obelischi in marmo, opera di Giambologna. Si trattava di una corsa di carri, in voga fino alla metà dell'Ottocento, tra la basilica e l'ospedale di San Paolo.

Oltre alla basilica, la piazza ospita importanti edifici: il lungo loggiato dell'Ospedale di San Paolo e l'annessa farmacia dei frati, l'antico laboratorio di distillazione delle erbe e di piante medicinali che i frati preparavano per curare ammalati e pellegrini.

Basilica di Santa Maria Novella

Con la sua splendida purezza formale e l’inconfondibile disegno della bellissima facciata quattrocentesca, Santa Maria Novella aggiunge un’altra testimonianza di incommensurabile valore al patrimonio artistico della città.

Michelangelo era solito chiamarla “la mia sposa”, e possiamo facilmente intuirne il motivo: oltre ad essere un capolavoro dell’architettura gotica e rinascimentale, la chiesa ospita al suo interno opere di Giotto, Masaccio, Ghirlandaio, Brunelleschi. Nel convento adiacente alla chiesa hanno operato nei secoli illustri studiosi e persino Dante si dice vi abbia mosso i primi passi nell’esercizio della sua arte.

Come Santa Croce era, a Firenze, il riferimento per la cultura francescana, così Santa Maria Novella è stato il cuore pulsante di un altro ordine mendicante, i Domenicani.

L’ordine domenicano: era nato, insieme a quello francescano, per promuovere una nuova idea di predicazione, basata sulla carità, l’umiltà e i valori fondamentali del Cristianesimo. Ma soprattutto si proponeva di combattere l’eresia dei catari, in pericolosa espansione anche a Firenze. I catari praticavano una vita di castità e purezza e individuavano nella Chiesa romana, dedita al peccato e alla corruzione, l’incarnazione del male. Questa fu considerata l’eresia medioevale per eccellenza e, per combatterla, venne appositamente istituito uno speciale tribunale religioso, la famigerata Inquisizione.

Nel 1219 arrivarono da Bologna i primi dodici frati predicatori. Ad essi fu assegnata una piccola chiesa, fuori le mura della città duecentesca. Una Firenze che dobbiamo immaginare assai meno estesa dell’attuale.

In osservanza delle antiche regole dell’Ordine, le costruzioni domenicane dovevano presentare aspetto e dimensioni modesti: i muri dei conventi non dovevano superare i 30 metri, le coperture delle chiese non dovevano essere a volta. Ma le prediche dei domenicani, appassionate e coinvolgenti, radunavano folle sempre più numerose che questi edifici non potevano certo contenere. Ci volle un permesso speciale del papa, per contravvenire alle regole dell’ordine, e consentire ai frati di edificare una chiesa ‘novella’, per l’appunto.

E ai cittadini che avessero contribuito ai lavori fu concessa persino un’indulgenza.

Il 18 ottobre del 1279 si poneva solennemente la prima pietra. I lavori terminarono soltanto nella prima metà del Trecento, sotto la direzione di Iacopo Talenti. Pochi anni più tardi, anche la grande piazza antistante veniva assegnata alla chiesa, a suo decoro e coronamento.

Una volta terminata, fu chiaro a tutti che la nuova costruzione non aveva niente a che spartire con gli antichi edifici domenicani. La chiesa sbalordiva per l’altezza delle sue navate, tale da considerarsi al limite delle possibilità strutturali. All’interno, gli spazi si fondevano in un’unica, vastissima aula. Gli spazi tra le colonne, più corti verso l’altare, accentuavano il senso di profondità. Seppure nelle forme di un’architettura semplice e rigorosa, la chiesa esaltava in modo spettacolare la grandezza e il potere dell’Ordine domenicano.

Anche le opere custodite all’interno e commissionate dai frati non potevano che celebrare tale prestigio. Sono capolavori che hanno scritto parti importanti della storia dell’arte di tutti i tempi.

All’interno, al centro della navata, troneggia il celebre crocifisso di Giotto, che l’artista dipinse da giovane, alla fine del Duecento. Quest’opera è una pietra miliare nella storia dell’arte ed è una testimonianza della assoluta modernità dell’artista, che supera lo stile simbolico ancora prevalente nell’iconografia sacra del tempo. Inoltre, è il manifesto della nuova religiosità che i domenicani volevano opporre all’eresia catara: alla censura del corporeo che predicavano gli eretici, si opponeva l’esaltazione della fisicità e dell’umanità.

Questa nuova sensibilità trova nel Cristo di Giotto la sua massima espressione: il grande corpo dolente, inarcato e gravante verso il basso, esprime un messaggio di intensa e profonda umanità.

Sulla parete di sinistra, la chiesa ospita un altro capolavoro dell’arte quattrocentesca: la Trinità di Masaccio. È l’ultima opera conosciuta dell’artista, morto poco dopo, a soli 27 anni.

All’interno di una monumentale architettura classica, Dio padre sostiene la Croce di Cristo. Le figure dei committenti sono inginocchiate ai lati della scena: è una novità dirompente, mai prima d’ora soggetti profani erano stati dipinti nelle scene sacre a dimensione naturale.

Il linguaggio è audace e rivoluzionario: per la prima volta la rappresentazione è di un eccezionale realismo ed è inserita in un grandioso scenario dipinto. Lo spazio, rappresentato in prospettiva, si presentava agli occhi dei contemporanei come vero. Non s’era mai visto nulla di simile: la parete si apriva in una sorta di buco, svelando una cappella sepolcrale raffigurata nelle forme di uno stile completamente nuovo e rivoluzionario. Il Rinascimento cominciava ad offuscare il gotico e l’era moderna era alle porte.

A metà del Quattrocento la facciata incompiuta della chiesa gotica trova finalmente un progettista e un finanziatore: Giovanni Rucellai è il ricco commerciante fiorentino che commissiona i lavori di completamento e l’architetto è un illustre rappresentante della nuova scuola rinascimentale: Leon Battista Alberti.

La facciata è una delle opere fondamentali del Rinascimento fiorentino. Alberti vi realizza un’eccezionale sintesi tra il vecchio e il nuovo, anche grazie al ricorso alla decorazione marmorea – tipica del romanico fiorentino. Gli elementi in stile gotico del primo livello della facciata vengono inseriti in uno schema classico, in un insieme organico ed equilibrato. Lo schema di riferimento è geometrico e perfettamente modulare, secondo i principi del linguaggio rinascimentale. Gli elementi sono legati da rapporti geometrici di multipli e sottomultipli: la linea base della facciata, ad esempio, è uguale all’altezza, con la quale forma un quadrato.

In linea con lo spirito rinascimentale, sacro e profano trovano il loro punto di incontro al centro del timpano, dove il volto di Gesù bambino è inserito nel disco solare fiammeggiante, simbolo dei Domenicani, nonché del quartiere di Santa Maria Novella. Inoltre, sull’architrave superiore, un’iscrizione riporta il nome del ricco Rucellai, che non rinunciò a farsi ricordare come prodigo benefattore. Vi è anche indicato un anno di completamento, il 1470. In realtà, la facciata della chiesa venne completata soltanto cinquecento anni più tardi.

Nella lunga cornice al centro della facciata, compare lo splendido motivo delle vele gonfie al vento, simbolo araldico della famiglia Rucellai – lo stesso che si ritrova sulla facciata dell’omonimo palazzo, in città. Ma sono probabilmente i due profili a spirale ai lati della zona superiore, dai decori eccezionalmente fini, a disegnare l’immagine più caratteristica della facciata. I due elementi, in realtà, non sono soltanto un elegante motivo decorativo: si tratta, in effetti, di un brillante trucco dell’Alberti per mascherare il dislivello tra la navata centrale e quelle laterali, notevolmente più basse.

I due strumenti scientifici ai lati della facciata sono dei chiari riferimenti al trionfo della ragione e della scienza: a sinistra troviamo un’armilla equinoziale in bronzo e, a destra, un quadrante astronomico in marmo. Sono entrambi opera di un frate domenicano, astronomo e cartografo ai tempi del granducato di Toscana. Grazie a queste strumentazioni, lo scienziato riuscì a dimostrare la discrepanza tra l’anno solare e il calendario in uso all’epoca. E convinse papa Gregorio XIII a promulgare il nuovo calendario gregoriano, con cui si recuperarono, nello spazio di una notte, undici giorni in un ‘colpo solo’!

La storia di Santa Maria Novella si arricchisce di un ulteriore capitolo quando, a metà del Cinquecento, Cosimo I de’ Medici si offre come finanziatore del progetto di restauro e trasformazione della chiesa. Autore del progetto è un altro nome illustre della storia dell’arte: Giorgio Vasari, architetto di fiducia della famiglia Medici. Il Vasari, in ottemperanza alle indicazioni del Concilio di Trento, trasformò radicalmente la chiesa, conferendole il suo aspetto attuale: niente più cappelle e spazi separati, visto che la nuova predicazione appassionata e coinvolgente esigeva ambienti ampi, dominabili nel loro insieme dall’altare maggiore. E più altari, in modo da moltiplicare le funzioni. La nuova sensibilità religiosa configurata dal Concilio si proponeva, innanzi tutto, di esaltare la sovranità della Chiesa.