Battistero di San Giovanni

 

Situato di fronte al Duomo, nel centro religioso della città, il Battistero di San Giovanni è uno dei monumenti che più rappresentano l’identità civica di Firenze: era il cuore della Repubblica, che celebrava la sua ricchezza e il suo prestigio nella glorificazione del santo patrono.

Molte sono le tradizioni che testimoniano il culto del Battista: in occasione delle feste patronali, per esempio, lo splendido altare argenteo veniva addobbato con arredi preziosi, veri e propri tesori. Ed era anche usanza che i prigionieri del comune che venivano liberati, fossero prima solennemente consacrati al Santo come preda di guerra.

Si tratta di un edificio imponente, dalle dimensioni grandiose. Il linguaggio architettonico è semplice ed essenziale: il risultato è una forma dalla bellezza assoluta, quasi metafisica. E, in effetti, con le sue forme nitide e dirette, il battistero è l’immagine terrena della realtà divina. La pianta, come sempre nei battisteri, è ottagonale. Il riferimento al numero otto assume un valore speciale nella fede cristiana: l’ottavo giorno, infatti, Cristo risorge per vivere in eterno – un’immagine che, fin dai tempi dei primi cristiani, viene associata al rito del battesimo.

Oggi, il volume del Battistero sembra non poter competere con la presenza sovrastante del duomo ma, in effetti, la storia ci dice che non è sempre stato così.

Non si hanno notizie certe sulla sua datazione. È provato che la struttura originaria sia sorta, intorno al V-VI secolo su un edificio romano, forse una grande domus. Ai tempi di Dante lo si credeva un tempio dedicato a Marte, trasformato in edificio sacro soltanto dopo l’editto di Costantino, nel 313 d.C. Dante lo definiva ‘Il mio bel San Giovanni’ e dobbiamo credere che fosse assai superiore, in bellezza e dimensioni, all’antica cattedrale che sarà sostituita soltanto una cinquantina di anni dopo dalla basilica di Santa Maria del Fiore. Il motivo per cui fu il battistero ad aggiudicarsi il primato, nella gara di prestigio contro il duomo, è da ricercarsi nei rapporti di forza tra le corporazioni fiorentine e, in particolare, tra l’Arte dei Mercanti, sotto la cui tutela era il Battistero, e l’Arte della Lana, responsabile dell’opera del duomo.

Ma cos’erano le Corporazioni?

Si trattava di confraternite laiche che riunivano, in una forma associativa simile a quella dei sindacati moderni, gli appartenenti a una stessa categoria professionale. Quella comunità di uomini attivi e brillanti che permisero a Firenze di diventare una delle più ricche e potenti città del Medioevo.

Le Confraternite, o Arti, avevano persino poteri politici e giuridici - ciascuna aveva il proprio Statuto, con pieno valore di legge, e poteva emettere sentenze nei confronti dei consociati o tra questi e i loro sottoposti. Ne esistevano per tutte le attività economiche cittadine: commercio, finanza, industria manifatturiera e artigianato. Nel corso del Quattrocento le corporazioni istituirono persino una guardia cittadina che si occupava di reprimere le frodi e di organizzare fiere e mercati, oltre a sorvegliare le vie cittadine di notte.

Fu proprio l’Arte dei Mercanti – la cosiddetta Calimala, la più antica e potente tra le corporazioni maggiori – a finanziare la ricca dotazione di arredi destinata al Battistero, che fu dotato di un insieme di opere davvero eccezionale.

La realizzazione delle tre porte bronzee del Battistero, disposte secondo i punti cardinali, segna una fase memorabile nella storia del monumento e nella storia dell’arte in generale. Ancora una volta, ne furono promotrici l’Arte dei Mercanti e quella della Lana, e gli artisti coinvolti furono i più famosi dell’arte scultorea e orafa del Tre e del Quattrocento.

Sulle tre porte del Battistero è scritta la storia dell’Umanità e della sua Redenzione: è come una gigantesca Bibbia figurata, che si legge a partire dalla porta centrale, con il Vecchio Testamento, per proseguire su quella meridionale con le storie del Battista e infine su quella a Nord, che illustra le storie di Cristo.

La decisione di sostituire le antiche porte in legno venne presa all’inizio del Trecento: Firenze seguiva l’esempio di Pisa che già sul finire del secolo precedente aveva fatto eseguire le spettacolari porte del suo battistero a Bonanno Pisano. Nel Medioevo e nel Rinascimento i comuni d’Italia facevano a gara per assicurarsi il primato culturale e artistico e Firenze, certamente, non voleva sfigurare.

La prima porta, del 1300, oggi visibile sul lato a sud, è opera di Andrea Pisano, come recita l’iscrizione in alto, firmata e datata dall’artista stesso. È in stile gotico, con le figure inquadrate nella tipica cornice a quadrifoglio, il cosiddetto ‘compasso’. Ma è con la realizzazione della seconda porta che il Battistero conquisterà un posto speciale nella storia dell’arte, grazie all’opera del più famoso tra gli orafi quattrocenteschi: Lorenzo Ghiberti.

Il fiorentino Lorenzo Ghiberti è il vincitore del celebre concorso bandito nel 1401 dall’Arte della Lana per la decorazione della porta che oggi si trova sul lato nord dell’edificio. L’evento, probabilmente il primo concorso pubblico della storia, segna l’inizio del Rinascimento. Partecipano in sei, rimangono in due: Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi. Tra qualche polemica sarà, infine, il Ghiberti ad aggiudicarsi la vittoria: lo stile del Brunelleschi venne considerato troppo moderno e, inoltre, la sua tecnica troppo dispendiosa. Ghiberti, infatti, avrebbe realizzato ogni riquadro in una sola colata e non, come nel caso di Brunelleschi, in più parti assemblate successivamente.

Ghiberti, per l’occasione, creò una vera e propria bottega di modellatori e fonditori di bronzo, qualcosa che non s’era ancora mai vista a Firenze. In essa si formarono artisti del calibro di Donatello, Michelozzo, Paolo Uccello.

L’opera venne completata nel 1424. È dedicata alla storie del Nuovo testamento, agli Evangelisti, ai Dottori della Chiesa, Profeti e Sibille. Il successo fu tale che allo stesso artista venne assegnata la terza e ultima delle tre porte. Diventerà un’icona del Rinascimento e un riferimento assoluto per un’intera generazione di artisti.

Sarà Michelangelo, particolarmente colpito dalla sua bellezza, a chiamarla porta del Paradiso, nome col quale è nota ancora oggi in tutto il mondo. È considerata il capolavoro assoluto del Ghiberti che impiegò ben 27 anni a completarla quando, ormai settantenne, installò gli ultimi pannelli.

Imponendo la sua volontà, a dispetto delle indicazioni dei committenti, Ghiberti ridusse a 10 i tradizionali 28 riquadri – le ‘formelle’ – in cui è divisa la porta. Nello spazio racchiuso dalla semplice cornice quadrata, l’artista raggruppa i vari episodi dell’Antico Testamento, ambienta le scene su piani spaziali diversi, e per la prima volta, si serve della prospettiva.

La porta del Paradiso ottenne un successo eccezionale e si guadagnò il posto d’onore, nel portale di fronte al Duomo.

Due curiosità: le due colonne in porfido, all’esterno della porta del Paradiso, furono donate ai fiorentini dai pisani, come ringraziamento per la loro collaborazione nella spedizione contro i Musulmani. Sono spezzate: si dice che fossero già rotte, al loro arrivo a Firenze. Sulla colonna destra della porta sud, invece, vi è un rettangolo scolpito in leggero rilievo: si tratta del “piede di Liutprando”, l’unità di misura longobarda, in uso fino al XIII secolo.